Blog

Alcuni articoli scritta da me. Per sapere come la penso e conoscermi meglio!

Cosa mi devo aspettare dal primo incontro?

Quando entrerai nel mio studio non troverai nessun lettino...

Se t’immagini il classico studio dello psicologo, quello dei film per intenderci, in cui il “paziente” si stende su una chaise longue (come nell’immagine utilizzata in questo post!) e il terapeuta su una poltrona alle sue spalle, mi dispiace deluderti ma io non sono quel tipo di terapeuta!

Ci guarderemo in faccia, stabiliremo gli obiettivi del tuo benessere psicologico e tracceremo una strada per arrivarci… poi cominceremo un cammino che deve essere veloce, efficace e orientato all’obiettivo.

Il primo incontro è importante non tanto per la sua valenza terapeutica ma per gettare le basi della relazione tra terapeuta e cliente che è necessaria e indispensabile a innescare il processo di cambiamento terapeutico.

Quindi, rispondendo alla domanda, il primo incontro è definito “libero” in quanto il cliente può parlare liberamente e il terapeuta non ha uno schema di colloquio predefinito ma pone domande con lo solo scopo di conoscere in maniera più approfondita la persona che ha davanti e costruirne con lui la relazione.

Alla fine del colloquio, che per sua natura può durare anche più di un’ora, si abbozza una proposta di lavoro o di percorso terapeutico che il cliente poi si riserva di accettare subito o successivamente.

Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico di Paul Watzlawick

Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico

Uno dei libri più divulgativi e per 'non-esperti' del massimo esperto in comunicazione, Paul Watzlawick, che con stile e ironia suggerisce una nuova via di vita: la non intransigenza, la via di mezzo e quella dei piccoli passi. Ricordo che Watzlawick, austriaco di Villach, è stato italiano d'adozione e ha studiato all'Università di Venezia, poi uno dei massimi esponenti della Scuola di Palo Alto in California e dell'approccio sistemico e strategico.

Un libro da leggere con un sorriso sulle labbra mentre un punto di vista diverso affiora pian piano nella mente...
Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico

No… sfogarti non ti farà sentire meglio!

Sei proprio sicuro che sfogarti ti faccia stare meglio o è solo un’idea così culturalmente condivisa che non proviamo mai a verificarla?

“… e poi sono uscita con la mia migliore amica, ho pianto con lei tutta la sera, come mi sono sfogata!” “Spesso quando torno a casa dal lavoro parlo della mia giornata a mia moglie, gli racconti tutto quello che il mio capo mi ha fatto… dopo mi sento scaricato!”.

Questi sono solo due esempi di come le persone adottino un’idea che è condivisa da moltissimi:”sfogarsi” o “scaricarsi” dei propri problemi con qualcuno ti fa stare meglio.

L’idea culturalmente condivisa è una variante della teroria della catarsi di orgine freduiana. Freud teorizzava che parlare dei propri problemi (anche solo parlare sia chiaro) porta ad un miglioramento degli stessi.

Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Spesso cerco di far riflettere la persona che ho davanti con un discorso che suona pressapoco così.
“Sa… esistono due tipi di persone. Le prime sono quelle che svuotare il sacco con il partner o un amico li fa sentire meglio.
Poi ci sono un altro tipo di persona che invece quando parla dei suoi problemi, per ipotesi problemi di lavoro con la moglie, mentre li racconta contemporaneamente li rivive facendo riemergere le stesse emozioni provate nel momento in cui ha vissuto la situazione. Se, per esempio, litigando con il capo si è sentito arrabbiato o deluso o amareggiato riemergerà quel tipo di emozione, facendolo piombare nello stesso malumore. Insomma si rovinerà la serata sua e della moglie. Con la beffa che il probema non si è risolto e se lo ritroverà il giorno dopo al lavoro ancora irrisolto.
Ecco provi un attimo a pensarci… lei dopo essersi sfogato è stato meglio? Nell’ora successiva il suo umore è migliorato o peggiorato? Lei è una persona del primo tipo o del secondo?”

Naturalmente tutti pensiamo di essere del primo tipo (dal mio punto di vista non esistono questo tipo di persone!) ma… proviamo a rifletterci… come siamo VERAMENTE stati dopo esserci sfogati?

Paura naturale contro paura patologica. Quando è necessario intervenire?

La differenza tra paura naturale e patologica è una linea sottile, molto personale, tra un sentimento che ci attiva in maniera positiva e quello che ci blocca e ci fa indietreggiare. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Di per sé la paura non è una patologia. La preoccupazione, l’allerta e la cautela sono meccanismo fondamentali che hanno permesso al genere umano e agli animali di adattarsi all’ambiente circostante.

La reazione psicobiologica alla base dell’emozione della paura ci ha permesso di affrontare situazioni pericolose riconoscendole come tali e innescando quel processo fisiologico che ci ha permesso di sopravvivere molte migliaia di anni.

L’idea da sfatare è che esiste un essere umano senza paura, sarebbe probabilmente un disadattato, un incosciente e uno sciocco.

Ma allora come distinguere tra una paura naturale e una reazione invece patologica?

Al di là delle più sofisticate tecniche di diagnosi, una paura naturale incrementa la nostra capacità di affrontare le situazioni difficili mentre quella patologica la limita, costringendoci ad una diminuzione della qualità di vita e impedendoci di condurre una vita come la vorremmo.

Fino a quando la soglia di questa paura non diventa un impedimento a realizzare i nostri desideri o a realizzare il massimo delle nostre capacità, non dovrebbe essere considerato un disturbo da curare.

Un esempio di questa differenza sta nella paura di guidare l’automobile. Vi assicuro che un tipo di ansia tra le più diffuse.

Sappiamo che guidare un’auto è potenzialmente pericoloso e statisticamente sappiamo che molti incidenti sono causati dalla distrazione, dalla velocità, dalla stanchezza e dall’uso di sostanze psicoattive (l’alcol sopra di tutti).

Ecco che una paura naturale dovrebbe farci rallentare se siamo stanchi e se abbiamo bevuto un bicchiere di vino. Non sarebbe coraggioso guidare velocemente in queste condizioni ma solo incosciente. La paura di fare un incidente ci permette di adattarci alla situazione e di regolare il nostro comportamento.

Bene… ma se la stessa paura è quella che non ci permette di guidare perché siamo assaliti dal terrore di fare un incidente e ci provoca stati d’ansia fortissimi quando entriamo in autostrada, nonostante siamo dei guidatori nella media, allora è sicuramente una paura che ci limita, inutilmente forte e da risolvere il prima possibile.

In conclusione la vera domanda da porsi è:

  • la paura che vivo in determinate situazioni anche se mi fa vivere con disagio è utile ad affrontarle più preparato o diventata un ostacolo insormontabile che mi fa indietreggiare?

Nel primo caso viviamoci le nostre paure mentre nel secondo cominciamo ad affrontarle, anche con l’aiuto di un esperto.

Se sono ansioso sono più intelligente?

Da qualche tempo si discute nelle “scienze psi” se esiste un collegamento tra ansia e intelligenza, dibattito alimentato da qualche studio che sembrano confermare questa correlazione o, perlomeno, indicare una tendenza. Se volete un breve riassunto in materia leggetevi l’articolo sul Post (Le persone ansiose sono più intelligenti?)

Con distinguo premesse e in una versione tutta mia, sono d’accordo.

Una premessa è quella di accettare per buono il significato comune delle due parole, ignorando decenni di studi su cos’è l’intelligenza (e se esista davvero) e l’enorme varietà di definizioni sull’ansia, praticamente una per ogni teoria. Questa premessa serve soprattutto per i colleghi e per mettere in chiaro che questo non è un articolo scientifico!

La mia versione è un po’ il frutto dell’esperienza e del fatto che specializzandomi proprio in problemi d’ansia ho conosciuto una certa varietà di persone ognuna con un piccolo e grande problema d’ansia.

Ebbene, la stragrande maggioranza delle persone ansiose che ho conosciuto avevano realizzato molto nella loro vita e raggiunto molti dei loro obiettivi: chi nel lavoro o nella carriera scolastica, altri nella famiglia, nelle relazioni o nel sociale. Persone attive, con molti interessi che per qualche ragione si erano “ingabbiate” in tentate soluzioni, generatrici d’ansia.

D’altronde, la preoccupazione dell’esame è quella che ti fa studiare anche se fuori c’è il sole ed anche quella che ti permette di arrivare davanti al professore preparato!

Voglio guarire o voglio cambiare?

In questi giorni mi è capitato di riflettere sulle parole di una giovane cliente che mi diceva con commozione “voglio guarire!”. Era un’affermazione forte, fatta con la convinzione e la disperazione di chi è arrivato a un limite della propria sopportazione.L’ho accettata come una richiesta d’aiuto seria e motivata ma che per le parole usate, “voglio guarire” ha innescato in me alcune riflessioni che ho condiviso con lei.

La premessa è che l’utilizzo di un certo linguaggio, la scelta di una parola, un verbo o un aggettivo rispetto ad altre possibilità, crea un universo di significati, emozioni e presupposti che sono tipici del linguaggio adottato e che sarebbero diversi se avessimo scelto altre parole. Normalmente questo sfugge alla nostra consapevolezza, in quanto la scelta non è personalistica ma spesso culturalmente influenzata e determinata.

“Il linguaggio crea la realtà” (di Wittgestein? Ho un dubbio. Ripreso sicuramente da Watzlawick) è il principio che guida il mio ragionamento.

Ecco che allora ho diviso in due colonne la lavagna che ho in studio e su una ho scritto “VOGLIO GUARIRE” e sull’altra colonna “VOGLIO CAMBIARE” e abbiamo cominciato a discutere quali scenari di significati aprivano queste due affermazioni.

Provo a farne un’infografica, chissà se riesco a essere più chiaro.

Se voglio cambiare e non guarire, il processo che metto in atto diventa un percorso di responsabilità e consapevolezza sulla mia persona, su chi sono e su cosa vorrei essere.
Non c’è una anormalità (o malattia) ma una situazione che mi fa soffrire che posso cambiare o sopportare (sopportare adesso si dice resilienza!) scegliendo tra molteplici occasioni di cambiamento ma che tutte mi coinvolgono attivamente.

Suona meglio vero???

Cosa posso fare per migliorare, per trattare questa ansia?

Mentre rispondevo ad alcune domande in un commento su Facebook mi sono accorto che era troppo lungo e articolato e allora ho deciso di farne un post.

10 sintomi fisiologici su 12 ...sono ansiosa ? - Ana Maria

Le reazioni del nostro corpo non indicano quanto grave è la nostra ansia.
Ci possono essere delle persone particolarmente sensibili fisiologicamente (passatemi questo termine!) che hanno una moltitudine di sintomi e avere comunque un livello di ansia accettabile.

Il vero metro di giudizio è personale: quante volte succede che l’ansia decide per me?
Quante volte volevo (o dovevo) fare una cosa e ho rinunciato a causa del mio malessere?
In definitiva la domanda, cara Ana Maria, che ti deve porre è: la mia qualità di vita è peggiorata a causa dell’ansia? Se la risposta è “sì” allora è ora di fare qualcosa.

 Cosa posso fare per migliorare, per trattare questa ansia (attacchi di ansia)? - Ana Maria

Nel corso della mia esperienza ho visto le persone adottare misure molto personali per contenere la propria ansia. C’è chi fa sport, chi si prende cura di se stesso, chi pratica la meditazione, chi va a bere una birra con gli amici, chi ha deciso di fregarsene e di non rinunciare a niente nonostante stia male. Sono tutte soluzioni personali che hanno come obiettivo quello di ricacciare l’ansia in un angolo. Ritengo che questa sia l’immagine che più mi piace.

L’ansia non la si combatte ma si smette di alimentarla (non avendone più paura) e di farle compagnia (facendo altro che pensare a lei).

Chiaramente la questione è semplificata e una cosa è dirlo ma tutt’altra faccenda è metterlo in pratica.
E’ per questo che in studio adottiamo un protocollo che ti accompagna in un primo tempo nell’eliminare i sintomi ansiosi e, successivamente, nel cambiare alcuni comportamenti, pensieri, atteggiamenti, punti di vista che hanno sviluppato e alimentato i sintomi ansiosi. Questo protocollo è stato adottato perché efficace e veloce.

Come distinguere la paura normale dalla paura patologica?

[custom_headline type=”left, center, right” level=”h2″ looks_like=”h5″ accent=”false”]L’ansia e la paura sono un meccanismi importanti della nostra storia evolutiva. Ci hanno permesso di sopravvivere e di adattarci all’ambiente e alle circostanze più diverse incontrate nella nostra lunga evoluzione. Ma quando ansia e paura non sono più nostre alleate e diventano ansia e paura patologica?[/custom_headline]

Di per sé la paura non è una forma di patologia, la preoccupazione è un’emozione fondamentale che ha permesso al genere umano e agli animali di adattarsi all’ambiente circostante.

La paura ci guida ogni giorno nelle scelte che facciamo anche quando non ce ne accorgiamo. La paura (in tutte le sue forme e sfaccettature, intendiamoci) è una nostra preziosa compagna a cui dobbiamo la nostra sopravvivenza. Se volete l’idea da sfatare è che esiste un essere umano senza paura, qualcuno direbbe che “un uomo senza paura è un uomo morto”.

Ma allora come distinguere tra una paura naturale e una paura patologica?

Al di là delle più sofisticate tecniche di diagnosi, una paura naturale incrementa la nostra capacità di affrontare le situazioni difficili mentre la paura patologica la limita, costringendoci ad una diminuzione della qualità di vita e impedendoci di condurre una vita come la vorremmo.

Fino a quando la soglia di questa paura non diventa un impedimento a realizzare i nostri desideri o a realizzare il massimo delle nostre capacità, non dovrebbe essere considerato un disturbo da curare.

Il giudizio di patologia diventa quindi personale e legato alle ricadute che le nostre paure hanno sulla nostra vita e al significato che noi diamo ad esse. Su quest’ultimo aspetto possiamo dire che alle volte è più importante il giudizio su di noi dopo aver rinunciato per paura che la paura stessa.

La preoccupazione di fare brutta figura davanti al professore o ai miei compagni che assistono, l’umiliazione di dire ai propri genitori o amici di essere stato bocciato all’esame, unita a quella di non poter rispettare il nostro piano di studi in caso di fallimento è la più forte spinta a metterci a studiare anche se fuori c’è una meravigliosa giornata di sole e noi preferiremmo andare a fare una passeggiata. Questo insieme di paure e ansie pre esame ci spingono a dare il meglio di noi stessi e a gestire la situazione nel migliore dei modi, studiando per avere più probabilità di passare l’esame.

Ma se la stessa paura è quella che mi blocca davanti al professore e mi fa fare scena muta o mi fa scappare davanti all’aula dell’esame ecco che diventa patologica in quanto ha diminuito la mia capacità di affrontare in maniera positiva le situazioni potenzialmente pericolose (e un esame è una situazione potenzialmente pericolosa!).

Quindi la distinzione tra ansia e paura normale e ansia e paura patologica è nelle conseguenze che esse hanno nella nostra vita, se la migliorano o la peggiorano.

10 regole per un buon sonno

Buona parte delle persone che soffre di disturbi d’ansia, lamenta anche problemi con il sonno alle volte nell’avvio ma anche nei risvegli durante la notte.
Le soluzioni adottate sono principalmente farmacologiche ma molti trascurano alcune semplici regole comportamentali e ambientali che in realtà portano un reale giovamento al ciclo sonno/veglia.
Queste semplici regole sono dette “norme per l’igiene del sonno” e potrebbero risolvere molti dei vostri problemi d’insonnia.

Regolarità del sonno
1. Cercate di coricarvi e di svegliarvi sempre alla stessa ora, anche se è domenica e anche se siete stanchi.
2. Non compensate la notte in bianco con sonnellini durante il giorno.
3. Non addormentatevi sul divano davanti alla TV.

Ambiente
4. La stanza da letto deve essere silenziosa, buia e con le migliori condizioni ambientali (né troppo calda né troppo fredda, né troppo secca né troppo umida).
5. Nella stanza dovrebbe esserci l’essenziale senza TV o computer e nel letto ci si dovrebbe solo dormire (ok anche quello che state pensando ma non mangiare o lavorare).

Prima di andare a letto
6. Evitare di bere bevande eccitanti (caffè, te, coca cola, cioccolata).
7. Evitare le bevande alcoliche.
8. Evitare cene ipercaloriche o di difficile digestione.
9. Evitare esercizi fisici o impegnativi (lavoro al computer, videogiochi).
10. Leggete un libro, un romanzo o racconto, vi aiuterà a lasciare i pensieri della giornata.

Come il nostro corpo reagisce all’ansia?

Prima di tutto togliamoci ogni dubbio, il meccanismo fisiologico che sta alla base dell’ansia è per noi indispensabile e non potremmo vivere senza. Questo meccanismo, detto anche “attacco o fuga”, ci ha permesso di sopravvivere ed evolverci, grazie allo scatenarsi di una serie di reazioni fisiologiche che preparano il nostro corpo a lottare o a scappare.

Gli elementi biologici coinvolti sono il talamo, l’amigdala e il sistema nervoso autonomo.

Il meccanismo è molto complesso ma semplificando possiamo dire che il talamo riceve delle informazioni di pericolo dagl’organi di senso, per esempio dal sistema visivo (si avvicina un leone!) o dai sistemi sensoriali della pelle (qualcosa mi sta scottando la mano!).

Il talamo quindi invia un segnale alla corteccia cerebrale per elaborarli con il pensiero (decidendo coscientemente se è il caso di preoccuparsi) che a sua volta spedisce segnali elaborati all’amigdala. Questo percorso è detto long loop, lento ma meditato e consapevole.

L’amigdala riceve anche segnali dal talamo non elaborati coscientemente che ci consentono, per esempio, di ritrarre la mano dalla fiamma immediatamente e senza pensarci. Il percorso diretto talamo-amigdala è detto short loop, ovvero reagisci immediatamente poi ci pensi.

La reazione dell’amigdala al pericolo scatena una cascata di reazioni ormonali (molto complesse a dir la verità) che coinvolgono il sistema nervoso autonomo sia simpatico che parasimpatico.

Le reazioni corporee sono circa una ventina e vanno dall’aumento del battito cardiaco e della frequenza del respiro, all’aumento della sudorazione e diminuzione della salivazione.

Ecc un’infografica che illustra le principali.

sintomi fisici dell ansia infografica