Blog

Meditazione batte farmaci analgesici

Una ricerca del prestigioso Journal of Neuroscience (qui potete leggere l’abstract) afferma che la meditazione zen è più efficace dei farmaci nel combattere le sensazioni di dolore riducendo la sofferenza anche del 40%.

La meditazione è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità così da abbassarne la percezione durante lo stimolo doloroso abbassando anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Il tutto per percentuali considerevoli oltre il 40% con punte in alcuni soggetti di oltre il 90%.

Le scoperte sulla meditazione e del suo potere benfico non sono certo una novità (già nel 1967) ma in una società medicalizzata come la nostra, notizie come queste assumono sempre un alone esoterico e mistico.

Ma ancora per quanto? Sono una realtà consolidata la pratica della meditazione per combattere per esempio i dolori oncologici come succede nell’AUSL di Bologna con il prof. Pagliaro (presentazione).

Alla base dell’incomprensione

Tra le frasi che ho sentito più pronunciare in studio c’è sicuramente ”Avrebbe dovuto capirlo da solo/a!” seguita da recriminazioni sul fatto che il partner/amico/genitore/collega è lontano e poco empatico e “come fa a non capire certe cose se mi conosci da tanti anni!”.

L’idea (erronea) è credere che le persone che più ci sono vicine, che ci vogliono bene e che sono interessate al nostro benessere ci vedano esattamente come ci vediamo noi.

Il problema nasce dalla differenza tra introspezione e capacità di estrospezione.

Nella nostra testa abbiamo una dettagliata conoscenza dei nostri stati psichici, delle motivazioni o delle intenzioni che guidano le nostre azioni. Queste sono il frutto di un lavoro mentale che le modifica e le perfeziona di minuto in minuto. L’accesso a queste informazioni è chiamata introspezione.

Il problema è che nessun’altro ne è a conoscenza in quanto nessuno legge nella nostra mente!

Le uniche informazioni che gli altri possono avere sui nostri processi mentali  possono essere ricavare dalle nostre parole, dal linguaggio del corpo e dalle nostre espressioni. La messa in condivisione di queste informazioni è chiamata estrospezione.

Se quella persona non mi capisce è (anche) perché non ho condiviso tutti quegli elementi che lo avrebbero aiutato a capire.

Ecco che la prima domanda che ci dovremmo porre nel momento in cui ci sentiamo “incompresi” è se la nostra capacità di mettere in condivisione i processi mentali, i sentimenti, le necessità sia abbastanza sviluppata per permettere al nostro partner di farne conoscenza.

In questo caso il focus del lavoro in studio viene centrato sul cambiamento del focus da “perché non mi capisce” a “che cosa posso fare per farmi capire meglio” e per far sì che alla mia introspezione segua un’ampia e dettagliata estrospezione.

La gelosia e la profezia che si avvera

Il racconto che sto per farvi è di fantasia ma molto simile a episodi narrati dalle coppie in terapia.

La trama è semplice, la persona che subisce le gelosie del partner, mette in atto dei comportamenti che scatenano ancor di più la gelosia dell’altro, ottenendo lo scopo contrario di quello che avrebbe voluto. Ma come? Semplice, continuate a leggere.

Giorgio nel suo giorno libero incontra in un negozio una sua collega. Dopo i primi convenevoli i due cominciano a parlare di lavoro, della famiglia, dei figli.
Il dialogo è sincero e cordiale, senza ombra di malizia. Finché la collega dice che deve proprio tornare a casa ma pensava di bersi un caffè al bar di fronte e gli chiede di fargli compagnia. I due bevono il caffè e si salutano.

Tornando a casa Giorgio si pone il problema se raccontarlo alla moglie. Anna è molto gelosa e in modo particolare della collega che considera troppo spigliata nei confronti del proprio marito.

Giorgio si immagina la scena di lui che racconta l’evento e di come il viso della moglie potrebbe cominciare a rabbuiarsi fino alle lacrime scatenando una vera e propria scenata di gelosia.
Quindi per la pace domestica e (sinceramente) per non far soffrire la moglie, decide di non raccontare l’episodio. Giorgio considera la sua reticenza non una bugia ma una semplice omissione fatta a fin di bene.

Qualche giorno dopo Anna trova lo scontrino con i due caffè e chiede spiegazioni al marito.  Giorgio preso in contropiede, prima balbetta dei “non ricordo” per poi, messo alle strette, raccontare dell’incontro con la collega. Il fatto di non averlo raccontato è proprio la prova che Giorgio aveva qualcosa da nascondere!

Potete immaginare il seguito con litigata furibonda e scambio reciproco di accuse.

Ma chi ha scatenato la litigata? Il marito reticente o la moglie gelosa?
La risposta è nella causalità circolare, ovvero entrambi i comportamenti alimentano il comportamento del partner: Anna è gelosa perché il marito è reticente e Giorgio è reticente perché la moglie è gelosa (ma invertendo le parti il risultato non cambia!).

Entrambi sono convinti che il proprio agire sia il frutto e la conseguenza dell’agire dell’altro ma nessuno dei due è però consapevole di come anche il proprio comportamento agisca nell’innescare quello del partner.

Tutto questo in un crescendo reciproco che può andare avanti all’infinito se non viene interrotto.

Guida ai disturbi d’ansia e di panico – 5

Tornare a vivere

Tornare a vivere grazie alla terapia breve adottata dal nostro studio che si è dimostrata (finora) la più efficace nel porre rimedio ai disturbi di ansia e panico.

L’obiettivo è quello di rompere questo meccanismo di auto sostentamento dell’ansia attraverso l’esperienza di nuove pratiche e comportamenti Read more

Thomas Szasz e la malattia mentale

Thomas Szasz, filosofo e psichiatra, è morto il 9 settembre 2012 nella sua casa di Manlius, nello stato di New York all’età di 92 anni.

Per chi non lo conosceva è stato per molti anni la figura di spicco di un movimento che chiedeva a gran voce, e chiede tutt’ora, una profonda revisione dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria. Noto per le sue posizioni apertamente libertarie, antiproibizioniste e antipsichiatriche, Szasz è stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York.

Per tutta la sua carriera ha condotto battaglie legali e scientifiche per la sensibilizzazione sui pericoli derivanti dall’abuso degli psicofarmaci e della pratica dell’internamento coatto negli ospedali psichiatrici, facendone una tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale.

Nel suo trattato più famoso “Il mito della malattia mentale” contesta la stessa idea di malattia mentale (i fondamenti epistemologici) non riconoscendone i presupposti scientifici.

Descrive come la psichiatria abbia preso due parole, una dal dizionario medico (malattia) e una dal dizionario psicologico (mentale), coniugandole e creando una combinazione che è incoerente dal punto di vista scientifico. A tutti gli effetti si crea un artificio retorico, utilizzando una metafora per descrivere un disordine comportamentale. Ne risulta un concetto che a causa della sua doppia forma (medica e psicologica) contrasta con i principi fondamentali di entrambe.

Ma ovviamente chi ha comportamenti o pensieri disturbanti non si significa che necessariamente abbia una malattia. L’idea che si abbia un disordine biologico come causa di comportamenti fuori dalla norma è un’idea abbandonata da tutta la comunità scientifica.

Inoltre Szasz studia l’ideologia della psichiatria e ne mette a nudo le contraddizioni. La descrive come una pseudoscienza che imita la medicina, ereditandone il linguaggio e utilizzando espressioni che suonano “quasi” mediche. Storicamente la psichiatria e la malattia mentale sarebbero diventati popolari perché legittimavano il loro utilizzo per controllare e limitare la devianza dalle norme sociali e quindi utili in una società che pian piano si stava secolarizzando.

La Chiesa di Scientology negli anni 70 si era avvicinata alla posizione anti-psichiatrica di Szasz, facendola diventare una delle loro campagne più incisive. In una dichiarazione del 2003 lo psichiatra statunitense avevo però ribadito la sua estraneità al movimento religioso.

Sito ufficiale: www.szasz.com

L’amore secondo Erickson

Nel 1959 Jay Haley chiede al suo mentore, Milton H. Erickson, il più famoso ipnoterapeuta e psichiatra americano a proposito dell’amore coniugale: “Se dovessi descrivere un buon matrimonio, che parole useresti?”

Milton H. Erickson risponde:  “Quando devo descrivere un buon matrimonio ai miei pazienti, faccio notare loro che ci sono essenzialmente quattro tipi di amore:

Il tipo infantile: “Io mi amo, amo quello che faccio e come sono”
La fase successiva, “Amo il me in te. Ti amo perché sei mio fratello, mia madre, mio padre, mia sorella, il mio cane. Io amo quello che c’è di me in te.
Poi il tipo di amore adolescenziale “Ti amo perché mi piace come balli, perché la tua bellezza mi piace, o perché il tuo cervello mi piace”.

E poi lo stadio adulto dell’amore, “Voglio amarti e amare te, perché voglio vederti felice. So di trovare la mia felicità nella tua felicità: più sarai felice tu e più felice sarò io.
Sarò felice nel ballare se ballare ti rende felice o nel fare le cose che ti rendono felice. Quindi l’amore maturo è la capacità di trovare piacere nel godimento dell’altra persona. Funziona in entrambi i sensi.”

“In una buona relazione ci si aspetta di vedere sia l’amore infantile che quello adolescenziale. Ma buona parte deve essere di amore adulto: anche se non capisco perché ti appassioni tanto lo sport (o lo shopping)  sono felice che questo ti dia felicità, anche se per me è inspiegabile!”

Leggo sempre questo brano alle coppie che vedo in studio perché è una buona ricetta per eliminare buona parte degli “scontri” sulle differenze di opinione all’interno delle coppie. Funziona in entrambi i sensi!

Vergogna e imbarazzo: segnali positivi

Inciampare, sbattere contro un vetro, dire cose inopportune, diventare rossi o cominciare a balbettare di fronte ad un pubblico in ascolto sono tutte situazione che vengono vissute con imbarazzo e vergogna. Le persone raccontano questi episodi con un sorriso ma quasi sempre amaro. Read more