Categoria: Psicologia

No… sfogarti non ti farà sentire meglio!

Sei proprio sicuro che sfogarti ti faccia stare meglio o è solo un’idea così culturalmente condivisa che non proviamo mai a verificarla?

“… e poi sono uscita con la mia migliore amica, ho pianto con lei tutta la sera, come mi sono sfogata!” “Spesso quando torno a casa dal lavoro parlo della mia giornata a mia moglie, gli racconti tutto quello che il mio capo mi ha fatto… dopo mi sento scaricato!”.

Questi sono solo due esempi di come le persone adottino un’idea che è condivisa da moltissimi:”sfogarsi” o “scaricarsi” dei propri problemi con qualcuno ti fa stare meglio.

L’idea culturalmente condivisa è una variante della teroria della catarsi di orgine freduiana. Freud teorizzava che parlare dei propri problemi (anche solo parlare sia chiaro) porta ad un miglioramento degli stessi.

Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Spesso cerco di far riflettere la persona che ho davanti con un discorso che suona pressapoco così.
“Sa… esistono due tipi di persone. Le prime sono quelle che svuotare il sacco con il partner o un amico li fa sentire meglio.
Poi ci sono un altro tipo di persona che invece quando parla dei suoi problemi, per ipotesi problemi di lavoro con la moglie, mentre li racconta contemporaneamente li rivive facendo riemergere le stesse emozioni provate nel momento in cui ha vissuto la situazione. Se, per esempio, litigando con il capo si è sentito arrabbiato o deluso o amareggiato riemergerà quel tipo di emozione, facendolo piombare nello stesso malumore. Insomma si rovinerà la serata sua e della moglie. Con la beffa che il probema non si è risolto e se lo ritroverà il giorno dopo al lavoro ancora irrisolto.
Ecco provi un attimo a pensarci… lei dopo essersi sfogato è stato meglio? Nell’ora successiva il suo umore è migliorato o peggiorato? Lei è una persona del primo tipo o del secondo?”

Naturalmente tutti pensiamo di essere del primo tipo (dal mio punto di vista non esistono questo tipo di persone!) ma… proviamo a rifletterci… come siamo VERAMENTE stati dopo esserci sfogati?

L’esperienza più brutta e indelebile di Maria – Racconti d’ansia vissuta

Durante il primo incontro faccio sempre raccontare un’esperienza legata all’ansia. La prima volta o l’ultima, la più importante o la prima che viene in mente, non mi importa… vorrei che la persona di fronte a me si senta libera di narrare la SUA esperienza d’ansia o di panico o di paura o di ossessione.

Da qualche tempo la faccio scrivere su un foglietto e, con l’autorizzazione del protagonista e molte modifiche per renderlo irriconoscibile, ho deciso di pubblicarle… così qualcuno, leggendole, possa richiamare la sua di esperienza e sentirsi un po’ meno solo…

Non sono mai stata una persona particolarmente tranquilla. A scuola per esempio ho sempre studiato di più dei miei compagni ma con risultati mai eccellenti. Durante le interrogazioni, solo con alcuni professori a dir il vero, l’agitazione non mi permetteva di rispondere per il meglio. Se le parole non mi uscivano immediatamente l’ansia mi saliva e più cresceva e più la mia interrogazione andava male. Feci il liceo e l’università ma sempre con grande difficoltà al momento degli esami.

Comunque la prima volta che mi sentii male ero ormai trentaduenne. Sono passati quasi 8 anni ma mi ricordo che in quel periodo non ero particolarmente felice. Vivevo ancora con i miei perché con il mio fidanzato di allora non si parlava né di matrimonio né di convivenza, la mia relazione si trascinava stancamente, proprio come il mio lavoro.

Stavo andando proprio al lavoro quella mattina. Mi sarebbe aspettata una giornata di compiti noiosi e ma da fare con attenzione e precisione, cosa che non sopportavo perché erano proprio le occasioni in cui facevo gli errori più banali e gravi. Il tratto di strada da casa all’ufficio è di circa 20 minuti, quasi tutti in tangenziale. Un percorso che prima di allora avevo fatto centinaia di volte e che a quell’ora era immerso nel traffico delle 8 di mattina. Allora non sapevo che sarebbero stati i miei ultimi secondi al volante per molti e molti anni.

Sentii all’improvviso un formicolio alla mano. Ho capito solo molto tempo dopo che senza accorgermene stringevo così forte il volante da farmi male le dita. Prestando sempre più l’attenzione a quel strano malessere lo sentii crescere e proiettarsi su tutto il braccio fino ad arrivare alla spalla. Non capivo cosa succedeva ma all’improvviso il cuore cominciò a battere forte e non riuscivo più a respirare bene. Pensai immediatamente a mio zio che il mese prima aveva fatto un infarto e ho pensato che era giunta la mia ora (solo adesso riesco a comprendere come il mio lato tragico alle volte abbia il sopravvento!)

Impazzì in un istante, “allora è così che si muore all’improvviso” pensai. Vidi nero e accostai immediatamente. Sentivo le auto sfrecciarmi a pochi centimetri e qualcuno suonò il clacson. Ero terrorizzata. Tutto girava e non riuscivo a mettere a fuoco. Cercai furiosamente il cellulare in borsa ma non riuscivo nemmeno a vedere cosa c’era dentro. Non so come feci ma in un secondo stavo parlando con il mio fidanzato che mi disse che avrebbe chiamato immediatamente un’ambulanza.

Quando arrivò l’ambulanza circa 15 minuti dopo, il cuore si era parzialmente calmato ma ero in uno stato di terrore paralizzante. Mi portarono al pronto soccorso. ECG, esame del sangue, flebo di glucosata. “No non è infarto. Solo un attacco di panico”. Ricorderò sempre il tono di quel “solo”. Avevo scomodato ambulanza e medici “solo” per un attacco di panico quando avevano problemi veri da risolvere!

Mi vergognai così tanto che avrei voluto sprofondare nel lettino.
E’ stata sicuramente l’esperienza più brutta e indelebile della mia vita.

 

Voglio guarire o voglio cambiare?

[vc_row][vc_column width=”1/1″][text_output]In questi giorni mi è capitato di riflettere sulle parole di una giovane cliente che mi diceva con commozione “voglio guarire!”. Era un’affermazione forte, fatta con la convinzione e la disperazione di chi è arrivato a un limite della propria sopportazione.

L’ho accettata come una richiesta d’aiuto seria e motivata ma che per le parole usate, “voglio guarire” ha innescato in me alcune riflessioni che ho condiviso con lei.

La premessa è che l’utilizzo di un certo linguaggio, la scelta di una parola, un verbo o un aggettivo rispetto ad altre possibilità, crea un universo di significati, emozioni e presupposti che sono tipici del linguaggio adottato e che sarebbero diversi se avessimo scelto altre parole. Normalmente questo sfugge alla nostra consapevolezza, in quanto la scelta non è personalistica ma spesso culturalmente influenzata e determinata.

“Il linguaggio crea la realtà” (di Wittgestein? Ho un dubbio. Ripreso sicuramente da Watzlawick) è il principio che guida il mio ragionamento.

Ecco che allora ho diviso in due colonne la lavagna che ho in studio e su una ho scritto “VOGLIO GUARIRE” e sull’altra colonna “VOGLIO CAMBIARE” e abbiamo cominciato a discutere quali scenari di significati aprivano queste due affermazioni.

Provo a farne un’infografica, chissà se riesco a essere più chiaro.[/text_output][image type=”none” float=”none” target=”blank” info=”none” info_place=”top” info_trigger=”hover” src=”1649″ alt=”Infografica “Voglio guarire VS voglio cambiare“” title=”Infografica “Voglio guarire VS voglio cambiare“” link=”true”][text_output]Se voglio cambiare e non guarire, il processo che metto in atto diventa un percorso di responsabilità e consapevolezza sulla mia persona, su chi sono e su cosa vorrei essere.
Non c’è una anormalità (o malattia) ma una situazione che mi fa soffrire che posso cambiare o sopportare (sopportare adesso si dice resilienza!) scegliendo tra molteplici occasioni di cambiamento ma che tutte mi coinvolgono attivamente.

Suona meglio vero???[/text_output][/vc_column][/vc_row]

Meditazione batte farmaci analgesici

Una ricerca del prestigioso Journal of Neuroscience (qui potete leggere l’abstract) afferma che la meditazione zen è più efficace dei farmaci nel combattere le sensazioni di dolore riducendo la sofferenza anche del 40%.

La meditazione è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità così da abbassarne la percezione durante lo stimolo doloroso abbassando anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Il tutto per percentuali considerevoli oltre il 40% con punte in alcuni soggetti di oltre il 90%.

Le scoperte sulla meditazione e del suo potere benfico non sono certo una novità (già nel 1967) ma in una società medicalizzata come la nostra, notizie come queste assumono sempre un alone esoterico e mistico.

Ma ancora per quanto? Sono una realtà consolidata la pratica della meditazione per combattere per esempio i dolori oncologici come succede nell’AUSL di Bologna con il prof. Pagliaro (presentazione).

Alla base dell’incomprensione

Tra le frasi che ho sentito più pronunciare in studio c’è sicuramente ”Avrebbe dovuto capirlo da solo/a!” seguita da recriminazioni sul fatto che il partner/amico/genitore/collega è lontano e poco empatico e “come fa a non capire certe cose se mi conosci da tanti anni!”.

L’idea (erronea) è credere che le persone che più ci sono vicine, che ci vogliono bene e che sono interessate al nostro benessere ci vedano esattamente come ci vediamo noi.

Il problema nasce dalla differenza tra introspezione e capacità di estrospezione.

Nella nostra testa abbiamo una dettagliata conoscenza dei nostri stati psichici, delle motivazioni o delle intenzioni che guidano le nostre azioni. Queste sono il frutto di un lavoro mentale che le modifica e le perfeziona di minuto in minuto. L’accesso a queste informazioni è chiamata introspezione.

Il problema è che nessun’altro ne è a conoscenza in quanto nessuno legge nella nostra mente!

Le uniche informazioni che gli altri possono avere sui nostri processi mentali  possono essere ricavare dalle nostre parole, dal linguaggio del corpo e dalle nostre espressioni. La messa in condivisione di queste informazioni è chiamata estrospezione.

Se quella persona non mi capisce è (anche) perché non ho condiviso tutti quegli elementi che lo avrebbero aiutato a capire.

Ecco che la prima domanda che ci dovremmo porre nel momento in cui ci sentiamo “incompresi” è se la nostra capacità di mettere in condivisione i processi mentali, i sentimenti, le necessità sia abbastanza sviluppata per permettere al nostro partner di farne conoscenza.

In questo caso il focus del lavoro in studio viene centrato sul cambiamento del focus da “perché non mi capisce” a “che cosa posso fare per farmi capire meglio” e per far sì che alla mia introspezione segua un’ampia e dettagliata estrospezione.

Thomas Szasz e la malattia mentale

Thomas Szasz, filosofo e psichiatra, è morto il 9 settembre 2012 nella sua casa di Manlius, nello stato di New York all’età di 92 anni.

Per chi non lo conosceva è stato per molti anni la figura di spicco di un movimento che chiedeva a gran voce, e chiede tutt’ora, una profonda revisione dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria. Noto per le sue posizioni apertamente libertarie, antiproibizioniste e antipsichiatriche, Szasz è stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York.

Per tutta la sua carriera ha condotto battaglie legali e scientifiche per la sensibilizzazione sui pericoli derivanti dall’abuso degli psicofarmaci e della pratica dell’internamento coatto negli ospedali psichiatrici, facendone una tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale.

Nel suo trattato più famoso “Il mito della malattia mentale” contesta la stessa idea di malattia mentale (i fondamenti epistemologici) non riconoscendone i presupposti scientifici.

Descrive come la psichiatria abbia preso due parole, una dal dizionario medico (malattia) e una dal dizionario psicologico (mentale), coniugandole e creando una combinazione che è incoerente dal punto di vista scientifico. A tutti gli effetti si crea un artificio retorico, utilizzando una metafora per descrivere un disordine comportamentale. Ne risulta un concetto che a causa della sua doppia forma (medica e psicologica) contrasta con i principi fondamentali di entrambe.

Ma ovviamente chi ha comportamenti o pensieri disturbanti non si significa che necessariamente abbia una malattia. L’idea che si abbia un disordine biologico come causa di comportamenti fuori dalla norma è un’idea abbandonata da tutta la comunità scientifica.

Inoltre Szasz studia l’ideologia della psichiatria e ne mette a nudo le contraddizioni. La descrive come una pseudoscienza che imita la medicina, ereditandone il linguaggio e utilizzando espressioni che suonano “quasi” mediche. Storicamente la psichiatria e la malattia mentale sarebbero diventati popolari perché legittimavano il loro utilizzo per controllare e limitare la devianza dalle norme sociali e quindi utili in una società che pian piano si stava secolarizzando.

La Chiesa di Scientology negli anni 70 si era avvicinata alla posizione anti-psichiatrica di Szasz, facendola diventare una delle loro campagne più incisive. In una dichiarazione del 2003 lo psichiatra statunitense avevo però ribadito la sua estraneità al movimento religioso.

Sito ufficiale: www.szasz.com

L’amore secondo Erickson

Nel 1959 Jay Haley chiede al suo mentore, Milton H. Erickson, il più famoso ipnoterapeuta e psichiatra americano a proposito dell’amore coniugale: “Se dovessi descrivere un buon matrimonio, che parole useresti?”

Milton H. Erickson risponde:  “Quando devo descrivere un buon matrimonio ai miei pazienti, faccio notare loro che ci sono essenzialmente quattro tipi di amore:

Il tipo infantile: “Io mi amo, amo quello che faccio e come sono”
La fase successiva, “Amo il me in te. Ti amo perché sei mio fratello, mia madre, mio padre, mia sorella, il mio cane. Io amo quello che c’è di me in te.
Poi il tipo di amore adolescenziale “Ti amo perché mi piace come balli, perché la tua bellezza mi piace, o perché il tuo cervello mi piace”.

E poi lo stadio adulto dell’amore, “Voglio amarti e amare te, perché voglio vederti felice. So di trovare la mia felicità nella tua felicità: più sarai felice tu e più felice sarò io.
Sarò felice nel ballare se ballare ti rende felice o nel fare le cose che ti rendono felice. Quindi l’amore maturo è la capacità di trovare piacere nel godimento dell’altra persona. Funziona in entrambi i sensi.”

“In una buona relazione ci si aspetta di vedere sia l’amore infantile che quello adolescenziale. Ma buona parte deve essere di amore adulto: anche se non capisco perché ti appassioni tanto lo sport (o lo shopping)  sono felice che questo ti dia felicità, anche se per me è inspiegabile!”

Leggo sempre questo brano alle coppie che vedo in studio perché è una buona ricetta per eliminare buona parte degli “scontri” sulle differenze di opinione all’interno delle coppie. Funziona in entrambi i sensi!

La tirannia della scelta

Troppa scelta significa nessuna sceltaIn un articolo del settimanale Economist dal titolo “La tirannia della scelta – Se puoi avere tutto in 57 varietà, decidere diventa un duro lavoro” ripreso e riassunto da Internazionale in una colonna del numero n.889, riprende un’idea piuttosto originale che si sta affermando, ovvero che la possibilità di avere molte opzioni su cui scegliere ci porta all’impossibilità della scelta. Read more

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