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Alla base dell’incomprensione

Tra le frasi che ho sentito più pronunciare in studio c’è sicuramente ”Avrebbe dovuto capirlo da solo/a!” seguita da recriminazioni sul fatto che il partner/amico/genitore/collega è lontano e poco empatico e “come fa a non capire certe cose se mi conosci da tanti anni!”.

L’idea (erronea) è credere che le persone che più ci sono vicine, che ci vogliono bene e che sono interessate al nostro benessere ci vedano esattamente come ci vediamo noi.

Il problema nasce dalla differenza tra introspezione e capacità di estrospezione.

Nella nostra testa abbiamo una dettagliata conoscenza dei nostri stati psichici, delle motivazioni o delle intenzioni che guidano le nostre azioni. Queste sono il frutto di un lavoro mentale che le modifica e le perfeziona di minuto in minuto. L’accesso a queste informazioni è chiamata introspezione.

Il problema è che nessun’altro ne è a conoscenza in quanto nessuno legge nella nostra mente!

Le uniche informazioni che gli altri possono avere sui nostri processi mentali  possono essere ricavare dalle nostre parole, dal linguaggio del corpo e dalle nostre espressioni. La messa in condivisione di queste informazioni è chiamata estrospezione.

Se quella persona non mi capisce è (anche) perché non ho condiviso tutti quegli elementi che lo avrebbero aiutato a capire.

Ecco che la prima domanda che ci dovremmo porre nel momento in cui ci sentiamo “incompresi” è se la nostra capacità di mettere in condivisione i processi mentali, i sentimenti, le necessità sia abbastanza sviluppata per permettere al nostro partner di farne conoscenza.

In questo caso il focus del lavoro in studio viene centrato sul cambiamento del focus da “perché non mi capisce” a “che cosa posso fare per farmi capire meglio” e per far sì che alla mia introspezione segua un’ampia e dettagliata estrospezione.